Antonino Condorelli Photojournalist | Rosarno 6 anni dopo!
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Rosarno 6 anni dopo!

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13883700_10209883586635914_1113666960_nSan Ferdinando è il comune dove sorge la tendopoli che accoglie gli immigrati africani chelavorano nelle campagne della piana di Gioia Tauro. Usciti dall’autostrada A3, il percorso per San Ferdinando è il comune dove sorge la tendopoli che accoglie gli immigrati africani che lavorano nelle campagne della piana di Gioia Tauro. Usciti dall’autostrada A3, il percorso per raggiungere San Ferdinando, come anche il Porto di Gioia Tauro, è impervio a causa delle strade maltenute. Tra i dossi e l’erba alta che affolla strade e incroci, con sullo sfondo le enormi gru di uno dei porti più importanti e anch’esso trascurato del Mediterraneo, si arriva a San Ferdinando. Anche arrivare alla tendopoli è un’impresa per chi non conosce la zona. Rotatorie e rettilinei, curve e oleandri alti due metri occupano la visuale e rintracciare le tende blu, volute dal Ministero dell’Interno dopo gli scontri del 2010, non è proprio un gioco da ragazzi. Don Roberto Meduri è il nostro contatto sul posto. Lui è il prete della parrocchia di Sant’Antonio, nella frazione Bosco di Rosarno. Di statura piccola con un cuore grande quanto il mare e le mani sempre impastate nello sporco delle anime di cui si prende cura, don Roberto, insieme a pochi altri volontari, ogni giorno cerca di offrire sollievo a queste persone che vivono nella tendopoli, ma anche a coloro che vivono nei campi in casolari abbandonati sperduti tra gli agrumeti della piana di Gioia Tauro. Il sacerdote racconta di Emmanuel, un bambino di un anno che da due settimane sente la mancanza del suo amico Sekine Traorè, ventisettenne malese, che è stato coinvolto in una discussione tra alcuni connazionali. Dopo l’arrivo dei Carabinieri, che dovevano sedare gli animi, il ragazzo è stato ucciso da un proiettile sparato da un militare che si difendeva da una presunta aggressione. Emmanuel ascoltava sempre le canzoncine che il malese Traorè gli cantava con amore paterno e spesso si addormentava cullato da quelle nenie dal tono africano. Anche tra i suoi connazionali e gli altri abitanti della tendopoli Traorè era giudicato come un bravo ragazzo. Un eccesso, un momento di eccitazione o chissà cosa, ha prodotto il dramma che si è consumato nel campo tra gli immigrati e le Forze dell’Ordine. Dramma le cui dinamiche ancora risultano un po’ cupe visto che le versioni sono contrastanti. In attesa di sapere come realmente siano andati i fatti, don Roberto ci affida ad Ibrahim, un immigrato del Burkina Faso che sembra essere più diplomatico degli altri e che ci accompagnerà per le campagne della Piana.

Tra il profumo delle zagare e l’odore di terra bagnata dagli annaffiatoi, non certo dalle piogge in questo periodo, addentrandosi nelle campagne tra viuzze di terra rossa, si scorge un casolare diroccato. Si vede in lontananza il tetto, rivestito di cellophane, legato con corde e zavorrato con sassi al fine di non farlo volare via durante i giorni di vento. Serve a riparare gli abitanti dalle piogge invernali. All’esterno del casolare, bici parcheggiate qua e là, sono l’unico mezzo di trasporto che gli africani della Piana utilizzano per recarsi a lavoro, per fare un po’ di spesa o per andare a prendere l’acqua.

Un braciere acceso con una grossa pentola ammaccata riscalda dell’acqua che servirà alla sera per una doccia all’aperto. Vicino, una piccola capanna funge da dispensa e da moschea, visto che qui sono tutti musulmani. Nel casolare ora vivono una quindicina di ragazzi provenienti tutti dal Burkina Faso. «Durante l’inverno – interviene Ibrahim – arrivano a essercene anche cinquanta. Io ho abitato qui per due anni, ma poi ho pensato che nella tendopoli si stava meglio e me ne sono andato». I ragazzi del casolare sono disponibili, si fanno fotografare, hanno la loro opinione sulla vicenda di Traorè, ma preferiscono tenerla per sé. La casa internamente è buia. Non c’è la corrente elettrica e anche la luce del sole sembra avere paura a penetrare dall’unica finestra esistente. In origine questa non era una casa bensì un deposito per attrezzi che ora il padrone della campagna ha voluto dare ai ragazzi africani perché avessero un riparo. Nella penombra delle due stanze che compongono la casa, gli occhi faticano ad adattarsi.

Qui il buio, nonostante fuori sia giorno pieno, sembra più denso, più nero, scurito anche dalla
sozzura che impregna le pareti e dagli abiti che i ragazzi appendono ai muri. Si intravedono
materassi e coperte per riposare dopo una giornata di lavoro nei campi: dalle dieci alle dodici ore per raccogliere arance o potare gli alberi. Ai lati di una stanza piccoli fornelli attaccati a bombole di gas servono a cucinare o per fare un caffè per sé e per gli ospiti che arrivano inattesi. Interviene ancora Ibrahim mostrandoci una pala: «serve per andare al bagno…», dice. E si fa una risatina. Poi si fa serio mentre arrivano al casolare altri ragazzi africani. Parlano in africano e poi Ibrahim ci dice: «Stanno venendo gli americani… Vogliono girare qui la scena di un film, un film su un ragazzino bianco che ha paura dei neri il quale poi capisce che i cattivi ci sono sia tra i neri che tra i bianchi». Per questo motivo dobbiamo abbandonare il casolare: la troupe non vuole estranei durante le riprese… Capita spesso! Montiamo in macchina e ci dirigiamo ancora verso l’interno del paese.

Tra tutti i ragazzi, uno colpisce la nostra attenzione. Si chiama Amadou e ha lo sguardo perso nel vuoto. Attende in piedi nel cortile del casolare e sembra intontito mentre in realtà è ancora sotto shock. Amadou, infatti, è il cugino, anche se si presenta come il fratello, di Traorè. Ha gli occhi sbarrati dal panico e dal dolore. Ancora impressa nella sua mente c’è la scena del sangue che ha bagnato gli abiti di Traorè e la rabbia per le tante parole che lo hanno descritto come ubriaco o psicopatico. Non parla italiano, Amadou, e così Ibrahim traduce le poche parole che il ragazzo riesce a pronunciare. «Sono arrivato qui da non più di un mese. Non voglio parlare della vicenda di mio fratello. Era un bravo ragazzo, non era ubriaco né malato di mente, forse era solo un po’ arrabbiato: capita spesso che qualcuno si arrabbi qui, e le condizioni in cui viviamo non fanno stare tranquilli. Mio fratello aveva solo 27 anni. Ora aspetto che mi restituiscano il corpo per poterlo portare di nuovo in Africa dove ci attendono i nostri parenti e amici. Poi non so se tornerò in Italia. La mia esperienza qui è stata negativa, quindi penso che resterò in Mali o partirò per un altro Paese». Da questo casolare ci spostiamo in direzione della tendopoli, dove a pochi metri di distanza c’è una fabbrica abbandonata.

Anche qui vivono una cinquantina di immigrati ma d’inverno, quando il raccolto delle campagne è più prolifico, il numero aumenta a dismisura. La costruzione è un grande prefabbricato che potrebbe anche essere dignitoso se non fosse per l’acqua fognante che fuoriesce dai pozzetti nel cortile, la quantità di spazzatura abbandonata, l’assenza di luce, acqua e bagni. «D’inverno – riprende Ibrahim – qui nel cortile di questa fabbrica, i ragazzi che vengono da fuori vi piazzano le loro tende: sembra un grosso campeggio». Il fabbricato ha due ingressi: uno porta nelle stanze sporche e vuote del piano superiore dell’immobile. Al momento qui trovano posto vecchi materassi, scarponi ancora intrisi di fango secco e carcasse di bicicletta. In una stanza vuota, occupata solo da un letto, un ragazzo ghanese attende che qualcuno lo chiami per andare a lavorare. Saluta Ibrahim con affetto mentre questo gli chiede di “rollarsi” una sigaretta. Issa, questo il nome, prende il tabacco da sotto il materasso di spugna, lo porge ad Ibrahim e con l’altra mano estrae dal pacchetto due cartine. Nel frattempo che i due preparano le sigarette parliamo con Issa il quale dice: «Sono venuto qui 4 mesi fa. Sono partito da Ravenna dove d’estate lavoravo come vo’ cumprà sulle spiagge adriatiche. Poi mi sono fatto convincere da un amico e sono venuto a lavorare nei campi della Piana. Ora lui è partito ed io sono rimasto qui, senza soldi. Aspetto che qualcuno mi chiami per lavorare e farmi il biglietto per tornare a Ravenna, dove stavo meglio, vivevo in una casa con altri 5 connazionali, pagavo l’affitto ed avevo il bagno e la luce, e quello che guadagnavo sulle spiagge mi bastava per tutte le mie cose. Non vedo l’ora! Mancano soli 25 euro». Issa ci accompagna fuori e ci porta nell’altra ala del fabbricato. Superata la porta d’ingresso, una stanza grande quanto due campi da tennis si apre ai nostri occhi. Appena entriamo, Issa ed Ibrahim chiedono ai ragazzi che la occupano se possiamo scattare qualche fotografia e se possiamo fare qualche domanda, ma anche qui la risposta è no. Nello stanzone, ci sono ammassati materassi e tende da campeggio sparsi qua e là. Appartati, un paio di ragazzi appena rientrati dal lavoro si apprestano a preparare da mangiare. Un fornello da campeggio e una pentola la quale ospita pezzi di pollo, patate e cipolle che un ragazzo sbuccia con pazienza. Con la coda dell’occhio cogliamo un movimento in un angolo della stanza, ma non ci facciamo caso, quando dopo un poco un’altra volta l’occhio si fa attirare da qualcosa che si muove.
Sono topi! Non topi di campagna, ma grossi animali che a occhio e croce potrebbero pesare più di due chili. Increduli, esclamiamo: «Ma quelli sono topi!», mentre tutti scoppiano a ridere. «Sì, sono topi! Noi mangiamo con loro ogni giorno, dormiamo con loro ogni giorno. Per noi, ormai, sono una presenza amica».

Text and photos © 2016 Antonino Condorelli. All right reserved. Contents in this weblog are under international copyright laws. Any use is not allowed without author’s authorization.

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